Ecco come finirà la barbarie: la fine delle corse dei levrieri e le scommesse cruelty-free

Le due vite dei levrieri

Nessun cane è adatto alla corsa come i levrieri. Dorsali scolpite, zampe affusolate, toraci profondi che ospitano un cuore grande fino al doppio rispetto ad altre razze canine che permette di far arrivare l’ossigeno ai muscoli con un’efficienza unica. E non è un caso: fin dal 4.000 a.C. l’uomo ha incrociato razze di cani per ottenere il levriero odierno. Lo scopo era uno solo: correre. Correre, per la caccia. Correre, sui circuiti per fare guadagnare soldi agli scommettitori. Correre, a costo della vita.

Fortunatamente, oggi in Italia non esistono più piste dove questi animali possano farlo di fronte a un pubblico pagante. Eppure il galoppo dei levrieri non si è spento. Trasferendosi all’interno di uno schermo, però, potrebbe aver salvato la vita a migliaia di animali innocenti.

Il vuoto normativo italiano: una tutela incompleta

In Italia, tecnicamente, le corse professionali di levrieri non sono mai state dichiarate illegali da una legge specifica. L’ultimo cinodromo, quello di Roma, ha chiuso nel 2002. Ma il tramonto del settore non è imputabile a un interesse per il benessere animale, bensì a una decisione del Ministero delle Finanze che nel 1998 proibì la raccolta di scommesse al di fuori degli ippodromi. Senza flusso di denaro legale, il modello economico che avrebbe potuto tenere in vita un cinodromo si dissolse nel giro di quattro anni.

Oggi, qualunque tentativo di resurrezione si scontrerebbe con due articoli del Codice penale: il 544-quater, che punisce spettacoli o manifestazioni che prevedono torture o tormenti di animali, e il 544-quinquies, che vieta combattimenti e competizioni non autorizzati capaci di metterne a rischio l’integrità fisica. Due norme che, lette insieme, rendono difficilissimo immaginare un’attività agonistica con decine di cani al giorno.

Eppure, proprio perché la chiusura dei cinodromi non è stata dovuta a un interesse animalista, rimane un ampio vuoto normativo che consente lo sfruttamento dei levrieri; a febbraio 2024, il TAR del Veneto ha respinto il ricorso delle associazioni animaliste contro la costruzione di una pista per prove amatoriali a Maserada sul Piave, in provincia di Treviso. Per i giudici, il divieto riguarda le «competizioni» con scopo di lucro, non le «prove» sportive organizzate dall’ENCI, l’Ente Nazionale Cinofilia Italiana. Il cantiere resta oggetto di durissime contestazioni, ma la sentenza ha comunque riaperto un dibattito che sembrava sepolto.

L’Europa si divide: il tramonto di un’industria

Il settore delle gare cinofile è giunto al tramonto anche se volgiamo lo sguardo al di fuori dell’Italia. Attualmente soltanto nove Paesi al mondo consentono corse commerciali di levrieri e, nel Vecchio Continente, sopravvivono soltanto nel Regno Unito, in Irlanda e, in forma minore, in Spagna. Ma la situazione, fortunatamente, non è rosea neanche là.

In Irlanda il settore sopravvive agganciato all’ippica: secondo quanto stabilito dall’Horse and Greyhound Racing Fund, dal 2001 a oggi lo Stato ha versato complessivamente oltre 1,9 miliardi di euro. In Spagna i galgos – i levrieri nativi del paese, più antichi dei greyhound – corrono più nei campi che nei cinodromi, legati a doppio filo alla caccia e a una tradizione difficile da scalfire.

La breccia più profonda si sta aprendo nel Regno Unito. L’ultimo rapporto annuale della Greyhound Board of Great Britain documenta, per il solo 2023, 109 greyhound morti durante le gare e oltre 4.200 infortuni. Sono numeri che hanno accelerato le mosse dei legislatori: la Scozia ha già incassato l’appoggio del governo a un disegno di legge che metterà le corse al bando; il Galles ha annunciato un percorso analogo nella primavera scorsa. Augurandoci che il trend non si inverta, il mercato europeo più grande di questo sport potrebbe spegnersi nel giro di pochi anni.

Scommesse sulle corse di levrieri virtuali

Ormai, l’unico motivo per cui le corse cinofile sopravvivevano era le scommesse. La loro fine equivale quindi alla fine di quest’ultime? Affatto. E anzi, potrebbero essere state proprio queste a salvare centinaia di vite di animali innocenti.

Mentre i cinodromi fisici arretrano, quelli digitali galoppano senza sosta. Le corse cruelty-free di levrieri virtuali sono autorizzate in Italia dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e compaiono nei palinsesti di molti bookmaker con licenza ADM. Qui non ci sono animali in carne e ossa: ogni gara è generata da un software certificato che incrocia algoritmi di grafica 3D. Alcuni operatori, come Eurobet in partnership con Vermantia, utilizzano invece filmati preregistrati di gare reali, riadattati in chiave interattiva.

Il meccanismo di scommessa è lo stesso dell’ippica tradizionale. In ogni corsa virtuale partecipano 6 o 8 cani, ciascuno identificato da un numero e da un colore. Le puntate sono a quota fissa; si può giocare sul vincente, sul piazzato (primi due o tre), sull’accoppiata e sul trio, con l’opzione di azzeccare anche l’ordine d’arrivo. L’esito viene determinato da un generatore di numeri casuali certificato, che funziona come una lotteria istantanea, rispettando le probabilità implicitamente previste dalle quote. L’intera gara dura meno di un minuto e riparte subito dopo, ventiquattro ore su ventiquattro, senza pause stagionali né notti di riposo.

Ecco un elenco dei siti scommesse italiani nei quali è possibile trovare le piattaforme che offrono anche le corse di levrieri virtuali.

La fine della tortura

Da una parte c’è la cronaca delle piste reali, carica di domande scomode sul trattamento degli animali e sui rapporti che pesano sempre di più. Dall’altra la versione digitale, che neutralizza il problema etico e democratizza l’accesso per tutti gli appassionati di scommesse sportive. Basta scorrere le cifre dei decessi e degli infortuni nei cinodromi britannici per capire perché la politica stia accelerando verso il divieto e, al tempo stesso, intuire le ragioni del successo di un’alternativa che non versa una goccia di sangue e che potrebbe rappresentare la salvezza di questi animali, salvati dall’unico settore al quale il loro dolore faceva comodo.